Ci piacerebbe che...
Ci piacerebbe che la città prendesse vita da quella che è la sua linfa, cioè le arterie commerciali.
Ci piacerebbe che ci fosse uno stimolo dall'alto, ma anche ci fosse pure una sensibilità dal basso per riscoprire le vecchie professioni, non perchè una volta era più bello. Vogliamo evitare che questo possa essere un patetico rifugiarsi nel passato; ci piacerebbe che venissi considerata maggiormente quella che è la dimensione della cura per i prodotti, dove è la professionalità del singolo ad emergere. Se infatti la produzione e di conseguenza anche il commercio risentono della crisi, è proprio la professionalità artigianale della riparazione che aumenta la speranza di vita di un prodotto. Sappiamo bene che spesso la logica usa&getta diventa la norma se non ci sono competenze sul territorio che sappiano aumentare il ciclo di vita dei nostri oggetti. E' quindi opportuno cogliere questa potenzialità oggi carente e esprimerla in quella che è la dimensione assistenziale dei prodotti.
C'è chi produce, c'è chi vende e c'è chi ripara e, si spera, anche chi ricicla.
Questa tripartizione permette di giustificare il prezzo legato ad un'alta qualità e crea nuovi (o se vogliamo vecchi) spazi di lavoro che nobilitano il prodotti e l'eccellenza territoriale.
Ci piacerebbe che il recupero delle aree dismesse e degli edifici in disuso non fosse solo a scopo abitativo, ma avesse anche una natura di tipo produttivo e commerciale.
Ci piacerebbe che oltre alle targhe con il nome delle vie ci fossero anche indicazioni sulle attività presenti in esse, sia a scopo promozionale, ma anche storico/informativo.
Ci piacerebbe che fosse l'attenzione e la cura degli oggetti, del tempo, ma soprattutto delle relazioni a creare una solida base tra cittadini e esercizi commerciali, perchè sono proprio le dinamiche di scambio alla base della società.
Ci piacerebbe che venissero organizzati corsi di formazione per quei mestieri che non si imparano nelle scuola: quindi non solo i corsi per panificatori e muratori, ma soprattutto per quelle arti che si imparavano esclusivamente nelle botteghe. Calzolaio, sarto, cappellaio, ombrellaio o guantaio sono lavori che si perderanno se nessuno li tutela e forma le prossime generazioni. E il ricordare la tecnica di come si fa e in particolare di come si ripara un prodotto è una sfida per il nostro avvenire.
Ci piacerebbe che fosse la professionalità dei singoli e la padronanza delle arti e dei mestieri a caratterizzare in modo marcato il made in Como.
Guido Rovi